Eclissi

Scansi
i capelli dall’altra parte
del viso.
Eclissi.

 

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Gratitudini

Si ricordava di lei ogni volta che lei aveva appena finito di ricordarsi di lui.
Gli sfuggiva di bocca, come fumo di sigaretta. Restava l’odore.
Aveva smesso di vagare, lei.
Ma aveva cominciato ad andarsene.
Faceva ancora lunghe nuotate in apnea dalla sponda della sua vecchia vita alla nuova, restava sott’acqua per giorni, mesi, quasi anni. Ma aveva imparato anche a riprendere fiato.
Lui invece aveva preso a viaggiare: tutto il vicino e tutto il lontano possibile. Per ricominciare, di nuovo, da capo.
Il mondo era suo.
La libertà era sua: gli piaceva guardarla mentre si spogliavano in piedi, davanti a un letto che quasi mai era lo stesso.
Aveva scelto di fare l’amore con lei più che con qualsiasi donna di carne.
Era passato il tempo. Era stata notte quando da lei era giorno e freddo quando per lei era caldo.
Non si pensavano.
Eppure, a volte, con la schiena lungo il muro, mentre riallineavano le gratitudini e i nodi, riaffiorava la memoria, fisica, di uno strano tepore.
Quel tepore intermittente, inaffidabile. Che, quando pulsa, ti fa sperare di non avere bisogno di altro.
Di niente altro.

Il mio nome 

Vorrei scrivertela bene questa malinconia che mi spara alle spalle nelle giornate di sole pieno.
Quando schiaccio le costole per sporgermi a spiare il luccichio oltre il mio stesso muro, anche se so che ancora non brilla per me.
E il colore delle sere in cui vado a casa perché non saprei andare in nessun altro posto.
Cosa mi prende quando guido, mia figlia canta e io, lentamente, muoio.
L’odore di quei viaggi in treno, che non ricordo più se sto partendo o sto tornando.
O se capisco di non essere più nei tuoi pensieri.
Perché smetto di rispondere e comincio a scrivere.
Come mai la luna non mi vuole proprio guardare e io decido di non voltarmi più.
E la paura, l’ebrezza, la solitudine cosmica, lo stupore, il culo del sacco, il fondo, i lembi del taglio e l’orlo del pianto, le parole che mi sono tenuta in tasca, il tempo perso e quello ritrovato, il mio profilo sulle lenzuola la mattina dopo.
La mia durezza e la mia spietata pietà.
La fatica e la voglia.
Il mio nome.
Che se poi fosse il tuo sarebbe, sempre, il mio nome.

 

Gesso 

Trovare la forza di attaccare il quadro di gesso qui, nella nuova casa, guardarlo cadere e contarne i pezzi: tanti quanti i giorni che mi sono serviti per trovare la forza di attaccare il quadro di gesso qui, nella nuova casa, guardarlo cadere e contarne i pezzi.

Agosto a Marzo

Quei pomeriggi di piena estate erano osceni tanto erano afosi. Ed eravamo osceni noi, che dell’oscenità ancora non sapevamo nulla.
Io me li andavo a prendere a pedalate lente, contromano alle cicale, agli oleandri, al vento. Il costume bagnato faceva l’amore col sellino molto prima che ne avessero voglia sul serio.
Ricordo le altre biciclette stanche, che ci aspettavano appoggiate ai muri bianchi fatti di pelle d’oca e ombre violente. E la complicità di tutto il resto intorno, che faceva finta di risposare.
C’eravate voi che spingevate le ossa contro i videogiochi e noi che ci abbracciavamo le ginocchia sulle sedie accaldate. C’erano sandali scivolati sotto i tavolini, sudore troppo pulito, spalle acerbe e capelli ormai lunghi schiariti dal mare. C’erano i gelati mangiati senza pensarci e il jukebox che copriva il coraggio di dire qualsiasi altra cosa.
E io tiravo indietro il collo e finivo sempre per guardarci da fuori, dall’alto, inchiodata a quel cielo intoccabile e scivoloso.
Ipnotizzata da quella inconsapevolezza plasticamente perfetta.
Incantata da tutto quello che sarebbe potuto succedere.
E che, invece, non succedeva.