Agosto a Marzo

Quei pomeriggi di piena estate erano osceni tanto erano afosi. Ed eravamo osceni noi, che dell’oscenità ancora non sapevamo nulla.
Io me li andavo a prendere a pedalate lente, contromano alle cicale, agli oleandri, al vento. Il costume bagnato faceva l’amore col sellino molto prima che ne avessero voglia sul serio.
Ricordo le altre biciclette stanche, che ci aspettavano appoggiate ai muri bianchi fatti di pelle d’oca e ombre violente. E la complicità di tutto il resto intorno, che faceva finta di risposare.
C’eravate voi che spingevate le ossa contro i videogiochi e noi che ci abbracciavamo le ginocchia sulle sedie accaldate. C’erano sandali scivolati sotto i tavolini, sudore troppo pulito, spalle acerbe e capelli ormai lunghi schiariti dal mare. C’erano i gelati mangiati senza pensarci e il jukebox che copriva il coraggio di dire qualsiasi altra cosa.
E io tiravo indietro il collo e finivo sempre per guardarci da fuori, dall’alto, inchiodata a quel cielo intoccabile e scivoloso.
Ipnotizzata da quella inconsapevolezza plasticamente perfetta.
Incantata da tutto quello che sarebbe potuto succedere.
E che, invece, non succedeva.

 

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