Gratitudini

Si ricordava di lei ogni volta che lei aveva appena finito di ricordarsi di lui.
Gli sfuggiva di bocca, come fumo di sigaretta. Restava l’odore.
Aveva smesso di vagare, lei.
Ma aveva cominciato ad andarsene.
Faceva ancora lunghe nuotate in apnea dalla sponda della sua vecchia vita alla nuova, restava sott’acqua per giorni, mesi, quasi anni. Ma aveva imparato anche a riprendere fiato.
Lui invece aveva preso a viaggiare: tutto il vicino e tutto il lontano possibile. Per ricominciare, di nuovo, da capo.
Il mondo era suo.
La libertà era sua: gli piaceva guardarla mentre si spogliavano in piedi, davanti a un letto che quasi mai era lo stesso.
Aveva scelto di fare l’amore con lei più che con qualsiasi donna di carne.
Era passato il tempo. Era stata notte quando da lei era giorno e freddo quando per lei era caldo.
Non si pensavano.
Eppure, a volte, con la schiena lungo il muro, mentre riallineavano le gratitudini e i nodi, riaffiorava la memoria, fisica, di uno strano tepore.
Quel tepore intermittente, inaffidabile. Che, quando pulsa, ti fa sperare di non avere bisogno di altro.
Di niente altro.

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